Trisobbio, pur essendo un piccolo borgo, custodisce una storia articolata che intreccia documenti, appartenenze politiche e tradizioni popolari.
Il suo passato non si legge solo negli atti notarili o nei passaggi di feudo, ma anche nei racconti tramandati nel tempo, che hanno contribuito a costruire l’identità collettiva della comunità.
Nel territorio del Monferrato, terra di confine e di castelli, la leggenda è parte integrante della memoria storica. In un contesto segnato da signorie, contese e alleanze, era naturale far risalire le proprie origini a figure eroiche o mitologiche, capaci di dare prestigio e legittimità a un territorio.
Aleramo è una figura che unisce storia e leggenda.
Le fonti storiche attestano che nel 933 ottenne i primi territori e che nel 958 divenne marchese schierandosi con Ottone I contro il proprio precedente suocero (Berengario II). Nel corso degli anni consolidò il proprio dominio in un’area vasta, compresa tra l’attuale provincia di Alessandria, le Langhe, la valle del Tanaro, l’Orba e il Mar Ligure.
La sua storia divenne leggenda, riportata per la prima volta nel 1334 da uno storico domenicano di Acqui Terme, narra un episodio che avrebbe segnato la nascita del Monferrato.
Durante la guerra contro Berengario II, conobbe Alasia, figlia di Ottone, con cui nacque un forte legame sentimentale. Temendo la reazione del Re, Aleramo e Alasia fuggirono di notte. Lui cavalcava un cavallo rosso, lei uno bianco: colori che sarebbero poi divenuti simbolo araldico degli Aleramici.
Raggiunti da Ottone I, Aleramo avrebbe ottenuto il perdono e il diritto di conquistare il territorio che fosse riuscito a percorrere a cavallo. Secondo alcune versioni la cavalcata doveva essere ininterrotta utilizzando tre destrieri; secondo altre doveva concludersi entro tre giorni e tre notti.
Durante il percorso il cavallo perse un ferro. Aleramo, non disponendo degli strumenti necessari, utilizzò l’argilla — la stessa con cui si fabbricavano i mattoni — per sostituirlo o fissarlo, fino a raggiungere un villaggio in cui cambiarlo.
Dal termine dialettale “mun” (mattone) e “frà” (ferrare) deriverebbe il nome “Munfrà”, evoluto poi in Monferrato.
Alcune versioni aggiungono che la cavalcata raggiunse il mare, in una località che avrebbe preso il nome di Alassio, dalla moglie di Aleramo.
La leggenda, pur con le sue varianti, contribuisce a collocare il territorio in un racconto più ampio, dove storia e narrazione simbolica si intrecciano.
Un’altra leggenda riguarda direttamente l’origine di Trisobbio.
Si racconta che un gruppo di persone attraversasse il territorio dell’attuale Monferrato, forse in fuga o alla ricerca di nuove terre. Durante il viaggio, che si dice ebbe inizio presso l’attuale Acqui Terme (già borgo di origini romane), il gruppo si sarebbe diviso.
Da un lato sette uomini “ebbri” si fermarono a poca distanza, dando origine a Strevi.
Dall’altro lato tre uomini “sobrii” scelsero di stabilirsi in un luogo diverso, fondando Trisobbio.
Da “Tres Sobri” deriverebbe il nome del borgo.
Nel corso dei secoli il toponimo compare con grafie diverse:
Queste varianti mostrano l’evoluzione linguistica del nome, riflesso dei cambiamenti amministrativi e culturali del territorio.
Il richiamo ai “tre sobrii” è oggi ripreso anche nello stemma comunale, dove tre plinti simboleggiano stabilità e fondazione.
Accanto alla leggenda, la storia documentata offre riferimenti precisi.
Le prime tracce certe del borgo compaiono in un documento databile intorno al 1023, in cui Dudone, Vescovo di Acqui Terme, assegna la chiesa di Santo Stefano in Trisobbio al Monastero di San Pietro. Si tratta del più antico riferimento conosciuto che menzioni esplicitamente il borgo.
Nel XIII secolo numerosi atti notarili attestano l’esistenza di proprietà nel territorio di Trisobbio e la presenza di una comunità organizzata. Un notaio “Giovanni del Castello di Trisobbio” è documentato presso la curia di Acqui, segno dell’inserimento del borgo nelle reti amministrative del tempo.
Nel 1283 un atto cita terreni “in posse Trisobii”, indicando che il territorio era sotto un’autorità locale identificabile come Comune. Spesso il territorio viene descritto con riferimento ai due rii che fiancheggiano l’abitato: il rio Stanavasso e il rio Budello, elementi geografici ancora oggi riconoscibili.
Nel Medioevo il borgo disponeva di un proprio sistema di pesi e misure, segno di autonomia economica. L’uso del tortonese come moneta testimonia i legami commerciali con Tortona e la pianura padana. Le vie di comunicazione che collegavano Acqui Terme, la Valle Stura e la costa ligure favorivano i contatti con Genova, dove alcuni atti attestano la presenza di proprietà appartenenti a trisobbiesi.
Nel corso dei secoli Trisobbio passò sotto diverse signorie. Dopo il dominio degli Aleramici, il borgo fu legato ai Malaspina, talvolta con divisioni interne del territorio tra più rami familiari. Tra il Cinquecento e il Seicento, esauritasi la dinastia dei Malaspina, il titolo di signore venne venduto dai Gonzaga — infeudati dall’imperatore Carlo V — alla famiglia genovese degli Spinola.
Questi passaggi, frutto di accordi, donazioni o conflitti, segnano la complessità della storia politica del borgo, inserita nelle dinamiche più ampie del Monferrato, della Liguria e del Piemonte.
In Trisobbio, dunque, leggenda e storia non si escludono, ma convivono.
Le prime raccontano l’identità e l’immaginario del territorio; la seconda ne documenta l’evoluzione concreta. Insieme contribuiscono a delineare il profilo di un borgo che, pur nelle dimensioni contenute, si inserisce pienamente nella storia del Monferrato.